E’ stato un suicidio.

4 Nov

Dunque, è stato un suicidio.

Certo, la frattura al coccige, le ecchimosi – numerose – su schiena e gambe e le “copiose tracce di sangue nella zona lombare”; lesioni ritenute “fresche” e, nondimeno, “compatibili” con una “caduta dalle scale” nei sotterranei del palazzo di giustizia.

Stefano Cucchi muore per sindrome di inanizione, vale a dire per la sua ostinazione a non volersi nutrire ed idratare a sufficienza, una volta giunto al Pertini.

Una ostinazione esiziale – ce lo dice il SAP – perfettamente coerente con il suo passato di tossico.

E poco importa che a quel lasciarsi morire, a quel suicidarsi che, a questo punto, sarebbe potuto accadere anche nel letto di casa sua, abbia contribuito la “distrazione” di medici e infermieri che lo lasciarono in agonia con un catetere ostruito, fino a far gonfiare la sua vescica con 1400 centimetri cubi di urina.

La perizia d’ufficio lo dice chiaro: non vi sono nessi di causa-effetto tra i traumi riportati e la morte del soggetto.

Possiamo tornarcene a casa sereni: non è stato nessuno.

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Aventino is a state of mind.

2 Ago

Ed è tutto uno sganasciar di risa questa indigestione/strazio di citazioni, evocazioni ed immaginazioni.
Pietro Grasso come Oblomov – la cultura innanzi tutto, ci mancherebbe – e poi, in ordine sparso, gli intramontabili riferimenti ai dittatori sudamericani, le urla sguaiate, benché unisone, di Sel e Lega, in una inedita corrispondenza d’amorosi sensi (LI-BER-TA’! LI-BER-TA’!), il bizantinismo estenuante degli 8000 emendamenti, che da astruseria da prima repubblica diviene architettura immateriale d’ ogni democrazia e panacea ultima di tutti i mali del mondo; e, soprattutto, ineguagliata ed ineguagliabile, la glassa mefitica per eccellenza del vocabolario politico degli ultimi anni: l’immancabile, imprescindibile Aventino.

Io prendo una tagliata di luogo comune al sangue ed un bicchiere di Chianti. Voi gradite qualcosa?

Toh, l’emergenza rifiuti.

8 Lug

Tema: La monnezza a Roma.

Sottotitolo: Considerazioni disallineate, rigorosamente in ordine sparso.

1) Ingazio dichiarò sei mesi fa che della chiusura di Malagrotta avrebbero beneficiato tutti i Romani. E giù grasse risate.

2) Nella diatriba tra Vespa e Marino, per quanto sia devastante ammetterlo, Vespa ha ragione su tutta la linea – e per “tutta la linea” intendo proprio tutta: modi, tempi e argomentazioni.

3) Qualcuno spieghi agli amministratori capitolini che Il 20% medio di asseinteismo da parte dei dipendenti AMA rappresenta una aggravante, non una giustificazione.

4) Basta, ma basta veramente, con questa cazzata enorme di additare come “privilegiato che vive fuori dal mondo” chiunque abbia du’ spicci in tasca e si azzardi a muovere una critica verso un amministratore locale.

5) Per quanto io non ami prendermela con i giornalisti, il dato è inconfutabile: di questa storia se ne sta parlando pochissimo. E, per favore, non prendiamoci in giro: sappiamo tutti perfettamente che se il sindaco fosse stato Alemanno, a quest’ora avremmo avuto in mezzo alle palle anche la TV giapponese.

6) La frase “I romani sono felici di avere un sindaco che gira in bicicletta” è irritante sotto qualsivoglia punto di vista.

7) Sul sito personale del sindaco non si trova una riga che sia una sull’argomento. Però ci sono delle bellissime foto della fontana di trevi in via di restauro.

8) Stessa cosa sul sito del comune, dove peraltro la bacheca per le segnalazioni è bloccata da quasi due mesi. Visto in tale prospettiva, il titolone in home page “CARACALLA 2014, IL MUST DELLE NOTTI D’ ESTATE” risulta vagamente provocatorio.

9) Morena – estrema periferia sud est della capitale – sembra uno slum di Calcutta, mentre via della Caffarelletta, nel cuore del quartiere Appio Latino, potrebbe rivaleggare, in quanto a ordine, con Helsinki.
Tu chiamalo, se vuoi, conflitto sociale ambientalista.

10) Alla luce di quanto sopra riportato, e per altre diecimila ragioni che non sto qui ad elencare, sappiate che al prossimo romano che mi dirà (con la proverbiale aria di chi ne sa sempre una più di te): “..ma perchè te sei trasferito a […]? Ma è fori Roma…”, suggerirò un elettroshock.

Come sempre, care cose.

P.S.

Nessuno sano di mente, men che meno il sottoscritto, si sognerebbe di imputare al sindaco Marino o alla sua giunta la responsabilità di un problema che affligge Roma da circa mezzo secolo.

Quel che qui si contesta è la protervia con cui questa amministrazione continua a non voler rispondere nel merito di quelle che sono, di fatto, le proprie responsabilità – dalla gestione delle municipalizzate, all’ aura da minculpop che, sull’emergenza rifiuti delle ultime settimane, ammanta gli organi di comunicazione istituzionale del Campidoglio, fino al tema degli eco-distretti, glorificati su molte pagine di stampa locale ma per i quali, è bene ricordarlo, si parla di investimenti per 200 milioni di euro e di tempi di realizzazione non inferiori ai 24 mesi.

Se a ciò si aggiunge l’odiosissima prassi politica, tutta nostrana, dello scaricabarile a priori, ecco che le accuse di “sfascismo” rivolte a chiunque sollevi il problema si rivelano per quello che sono: banalissime reazioni infantili ed arroganti – quando non del tutto ridicole – di chi, rispetto al problema dei rifiuti, continua a navigare a vista.

Dal Vangelo secondo Nichi

26 Giu

Innanzi tutto, un po’ di storia – di quella con la “s” rigorosamente minuscola, s’intende.

Nell’ottobre 2010, in occasione del congresso fondativo di Sel, fu per primo lo stesso Vendola ad auspicare, di fronte ai delegati lì riuniti, che quel neonato contenitore politico potesse rappresentare un momento di passaggio; che ambisse, come proprio naturale approdo, ad una fusione con un grande partito di massa di centro-sinistra.

Cito testualmente: “lo scopo è costruire la sinistra del XXI secolo, siamo un seme che deve far nascere un germoglio. Ma poi il seme muore e diventa altro, non restiamo attaccati al partito come se fosse un feticcio.”

Ricordo che nel corso di quel meraviglioso intervento (in cui il neo-segretario citò, tra gli altri, Gramsci e Oscar Wilde), l’ovazione più calorosa si ebbe quando Vendola urlò, stentoreo e accalorato, “ci siamo stancati di perdere bene, adesso vogliamo vincere”. Fu proprio in quel passaggio che, come si suol dire in questi casi, venne giù il teatro (si dirà: una delle tante acclamazioni con il coltello nascosto nel bavero di cui è infarcita la storia recente della sinistra italiana).

Quel che accadde poi è storia nota: il PD con le proprie assorte contemplazioni ombelicali, le faide fratricide ed una inesasusta vocazione al patto faustiano; Sel e la deriva leaderistica, il narcisismo minoritario e la mai risolta ambiguità, per l’appunto, tra movimentismo e cultura di governo.

I transfughi di Sel scelgono oggi, con tempistica probabilmente discutibile, di risolvere l’aporia vendoliana di cui sopra in maniera certamente brutale, benché indispensabile.

La verita’ e’ che, senza scomodare categorie etiche come “Il coraggio” o “La fedelta’”, nelle umane faccende il confine che separa velleitarismo e rigore, sogno e ambizione, progetto e utopia, e’ sempre piuttosto labile.
La condanna dell’opportunismo e dell’assenza di gratitudine in politica è, a mio avviso, vizietto sciocco per anime belle a corto di visione prospettica; per natura e formazione tendo a guardare con simpatia chi prova ad attraversare il guado sporcandosi di fango, mentre diffido di quanti, armati di matita rossa, attribuiscono opinabilissime patenti di “fedelta’ alla linea”.
Specialmente quando, per dirla con i versi gloriosi di una vecchia canzone, “la linea non c’e'”.

Figli di un antagonismo minore

29 Gen

E poi, d’incanto e d’improvviso, ti imbatti in un volantino come questo:

http://web.rifondazione.it/materiali/2014/pdf/140127volantino_elettorale.pdf

E allora, davvero, non ho saputo resistere.

Il foglietto tutto-urletti-e-falci-e-martello qui sopra è così pieno di imprecisioni e corbellerie che non so davvero da che parte cominciare.
Dunque.

1) L’assassinio di Matteotti nulla ebbe a che fare, com’è noto, con un presunto problema di rappresentanza, per così dire, assembleare: la sanguinaria e vile prassi politica messa in atto dal partito fascista espresse tutta la propria brutalità contro ogni oppositore, purtroppo non solo all’interno delle aule parlamentari.
Essa non risparmiò intellettuali, giornalisti, scrittori e privati cittadini: e, del resto, la critica storica nella sua totalità è ormai da anni concorde nel considerare il coraggioso discorso di Matteotti come una cartina di tornasole, un banale pretesto che avallò, agli occhi di una opinione pubblica corrotta, degradata e pavida, il ricorso alla barbarie come strumento funzionale alla costruzione del consenso e all’annichilimento dei (pochi) oppositori rimasti.
La ricostruzione riportata nel testo qui sopra è dunque da considerarsi, nella migliore delle ipotesi, come un esercizio di dietrologia da due soldi, o peggio come prova patente di abissale, colpevole ignoranza.

2) Nel foglietto tutto-urletti-e-sol-dell’-avvenire si asserisce che la bozza di legge elettorale attualmente in discussione sia peggiore del Porcellum.
Ora, io comprendo la necessità di ricorrere, da parte di partiti con consensi da assemblea condominiale, alla nobile arte dell’iperbole, così da attrarre su di sé quel minimo di attenzione che non li consegni ad un indefinito, eterno oblio: ciò detto, l’asserzione riportata in questo j’accuse in salsa leninista è, in punta di fatto, falsa.

Farò mie, in questa sede, alcune delle osservazioni espresse solo due giorni fa, su “La Repubblica”, dall’ottimo Marco Bracconi.

“ Si dimentica forse che il Porcellum era un sistema strutturato in modo tale da produrre maggioranze diverse tra Camera e Senato. E non mi viene in mente atto più “omicida” della democrazia di quello di rendere quella democrazia incapace di esprimere governi stabili.

Non solo. Si dimentica forse che le liste bloccate del Porcellum erano sterminate, e invece queste saranno composte da quattro a sei candidati. È un passo avanti o uno indietro rispetto al Porcellum?

E ancora. Si dimentica che con il Porcellum, in teoria, col 10% dei voti ci si può ritrovare col 51% dei parlamentari, mentre almeno una soglia meno grottesca ora ci sarebbe.

C’è poi la questione della rappresentanza. Che in democrazia è una cosa seria, ci mancherebbe. […]Però il tema generale della rappresentanza e degli sbarramenti andrebbe forse affrontato tenendo conto di alcuni altri elementi di sistema, invece di farne un elemento di discussione astratto e – sostanzialmente – identitario.
Se la rappresentanza diventa una ossessione omnicomprensiva, l’effetto è una clamorosa eterogenesi dei fini. Per rappresentare tutti si finisce col bloccare il sistema e così non si rappresenta più nessuno.
Se il sistema si blocca, è il principio stesso della rappresentanza che entra in crisi e con esso la democrazia.”

3) Nel foglietto-tutti-urletti-e-costituzione-e-resistenza si legge che l’attuale legge elettorale in discussione sarebbe, al pari del porcellum, incostituzionale; si afferma che essa contravverrebbe ai dettami contenuti nelle motivazioni della sentenza emessa dalla Suprema Corte e depositata in data 13 gennaio 2014.

È sufficiente saper leggere per comprendere che questa affermazione è del tutto errata.
La sentenza, dichiarando incostituzionale il Porcellum, ha decretato di fatto non più procrastinabile il licenziamento di una nuova legge elettorale da parte del Parlamento attualmente in carica, fornendo un quadro di indirizzo per il legislatore secondo forme e modalità chiaramente espresse nello stesso dispositivo della sentenza.
I giudici hanno definito “distorsivo” il premio di maggioranza previsto dal Porcellum perché “foriero di una eccessiva sovra-rappresentazione” non imponendo “il raggiungimento di una soglia minima di voti alla lista”. Hanno aperto inoltre alle liste bloccate corte previste dal modello spagnolo, senza bocciare gli altri due modelli messi in campo da Renzi: Mattarellum corretto e doppio turno sul modello dei sindaci.

Un’ ultima considerazione, questa volta di carattere eminentemente generale: la formula retorica, piuttosto in voga ultimamente tra grillini e antagonisti d’ogni risma, che punta a voler “aprire gli occhi” e dispensare conoscenza a tutti coloro che hanno opinioni differenti dalle proprie, è, a mio avviso, piuttosto pericolosa; personalmente, preferisco pensarmi come un battitore libero che rappresenta a malapena se stesso e non ha intenti pedagogici di alcun tipo, né lezioni da impartire a chicchessia.

In egual modo, non accetto che valori che considero essere l’architettura immateriale della mia formazione – la resistenza, la democrazia, il pensiero liberale, la Costituzione della Repubblica Italiana, etc. – mi vengano inopinatamente sottratti da partiti politici che preferiscono ergersi a paladini di una qualche ineffabile idea di “giustizia” piuttosto che proporre una visione organica e coerente del bene comune.
Come ebbi modo di scrivere già in passato, evitare di considerarsi portatori sani di verità rivelate aiuterà ognuno di noi a smetterla, una volta per tutte, con questo insopportabile snobismo per il quale ogni posizione diversa dalla propria è sempre ed inesorabilmente una visione sbagliata e corrotta, una visione da servi, da venduti, da sepolcri imbiancati. Dovremo cominciare a considerare che esiste, ad ogni latitudine e non soltanto all’interno del proprio cortiletto di riferimento, gente per bene pronta ad ascoltare – sempre che, ovviamente, si abbia qualcosa da dire.

Il valore di un’idiozia

13 Nov

«Tutti noi ricordiamo commossi i 19 italiani deceduti in quell’attacco kamikaze, e oggi siamo vicini ai loro familiari […] Nessuno ricorda però il giovane marocchino che si suicidò per portare a compimento quella strage: quando si parla di lui, se ne parla solo come di un assassino, e non anche come di una vittima, perché anch’egli fu vittima oltre che carnefice»

Ecco, sarebbe bello credere che le parole pronunciate ieri alla camera dalla deputata grillina Emanuela Corda siano solo una prova certificata di elementare ignoranza, una banale dimostrazione di incultura, afferente la lingua italiana prima ancora che la complessità delle questioni umane.

Invece la faccenda è, se possibile, ancora peggiore: siamo in presenza dell’ennesimo mezzuccio da trivio per la conquista di un titolo giornalistico, niente più che la ricerca d’ un riflettore puntato, volto al conseguimento di un briciolo di interesse da parte di quegli stessi media che, pure, il grillismo ha sempre detto di voler abbattere.

E foss’ anche l’attenzione biasimevole che si deve all’incivile, al somaro, all’incolto, che importa? Tutto fa brodo nel mercato riprovevole del “dichiarificio” made in Italy: la vetusta, eppure sempreverde massima, “bene o male, purchè se ne parli”, eternamente identica a se stessa, a dispetto d’ogni sedicente nuovismo.

Proprio come per le parole d’un qualunque Giovanardi, dunque, anche il discorsetto senza senso di Emanuela Corda non suscita indignazione per la pochezza delle tesi o per la fragilità (anzitutto logica) delle posizioni espresse, quanto piuttosto per quel desiderio di “esserci per apparire” che è il figlio prediletto di questo Tempo; nulla a che vedere con la messa in scena di un cabaret, magari fracassone eppure attraente (arte nobile, in cui il padrone del M5S un tempo eccelse), ma solo volgare, prevedibile, insignificante avanspettacolo.

#ResIstanbul_2

30 Giu

Il progressivo spegnersi dei riflettori occidentali sulla rivolta di Piazza Taksim, e sulla destrutturazione che questa ha prodotto nell’intero tessuto sociale turco, non corrisponde affatto ad una diminuzione delle tensioni in corso nel Paese; piuttosto, suggerisce ed amplifica la vacuità colpevole di una Europa priva di qualsivoglia prospettiva metodologica condivisa, e nella quale l’ineffabilità della propria politica estera si fa sineddoche dell’assenza di un orizzonte propriamente etico – gli inutilmente evocativi ed immancabilmente strombazzati “valori occidentali”.

Procediamo dunque a un breve sunto degli eventi degli ultimi giorni, prima di avventurarci in considerazioni, crediamo, di più ampio respiro.

– Alle 21 di ieri sera, circa 2000 manifestanti hanno tentato di riprendersi Piazza Taksim; alle ragioni che animano ormai da un mese la protesta, si è aggiunta la rabbia per la decisione, assunta dalla Corte di Ankara, di rilasciare un agente di polizia accusato di avere ucciso con una pallottola alla testa un dimostrante.

– La scorsa settimana sul sito del quotidiano “Hurriyet” è stato diffuso un video nel quale 17 agenti massacrano di botte tre giovani in un garage. Il filmato, ottenuto dall’associazione avvocati progressisti, mostra due ragazzi e una ragazza seduti per terra in un parcheggio sotterraneo, probabilmente mentre cercano di sfuggire alla repressione della polizia durante una manifestazione ad Antaliya, il 2 giugno scorso. Contestualmente alla diffusione del video, il Premier Erdogan ha elogiato nuovamente l’operato della polizia, parlando di “epopea eroica”.

– Nell’ambito delle indagini sulle proteste anti-governative partite da piazza Taksim a Istanbul e svoltesi ad Ankara, la polizia turca ha arrestato 20 persone con l’accusa di far parte di organizzazioni terroristiche. Tra i capi di imputazione, anche gli attacchi alla polizia e la distruzione di proprietà pubbliche nella capitale.

– Resta impossibile fornire un numero esatto dei feriti dall’inizio delle proteste, ma una cifra considerata realistica si aggira ormai attorno alle undicimila unità.

– Ad oggi, almeno 15 manifestanti hanno perso la vista a seguito del massiccio impiego di gas urticanti utilizzati dalle forze dell’ordine.

La sanguinaria reazione del Governo turco alla marea delle proteste, cresciuta e sviluppatasi nel corso di questo giugno 2013, ha progressivamente svelato non solo la pervicace violenza di una satrapia di potere corrotta, oscurantista e sorda alle più basilari istanze di rinnovamento provenienti dalla maggioranza della popolazione, insieme alle mire messianico-espansionistiche di un uomo, il Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan, ormai del tutto imbrigliato in un dualismo solipsistico e patologico-ossessivo con Mustafa Kemal Atatürk (padre della Turchia moderna e artefice, all’inizio del ‘900, della riunificazione democratica del Paese); il nucleo della repressione, scomposta ed intollerabile, ha rivelato soprattutto come quel sistema di potere si ostini a rifiutare la principale prerogativa della contemporaneità, vale a dire la multipolarità, proponendosi altresì come l’avamposto di una visione bipolare del mondo, che è, in se stessa, specificatamente pre-moderna.

Il collasso di una visione dicotomica della realtà e le divergenze insanabili che animarono la metodologia meccanica Cartesiana – nella frattura tra realtà psichica e realtà fisica, tra res cogitans e res extensa – divenendo poi il presupposto speculativo della filosofia politica di Hobbes e del conflitto Hegeliano tra servo e padrone, giungono indiscutibilmente a compimento nell’era delle nuove scoperte neurologiche.

Già nella riflessione che legò Nietzsche a Bergson vi furono anticipazioni radicali nell’idea di una compenetrazione continua di flussi di forze separate e concorrenti – volontà di potenza, evoluzione creatrice – fino a giungere, oggi, ad un approdo concettuale del tutto peculiare, in cui la multipolarità si annoda e si incunea alla sovrapposizione dei diversi piani di realtà, in cui realtà e virtualità si compenetrano nello spazio immateriale del web.

Nel pensiero contemporaneo a cavallo tra filosofia politica e riflessione psico-antropologica, nel dualismo che intercorre tra l’uno e il due, si inserisce la categoria nuova della moltitudine; nella sintesi e nell’accostamento dei concetti di pluralità e di mobilità si ridefinisce la singolarità in se stessa. Il XXI secolo, attraverso la globalizzazione, ha prodotto un rinnovato sommovimento teoretico tale da destituire di fondamento concetti fino a ieri dati come acquisiti – basti pensare al mutare delle stesse idee di centro e di periferia, di interno ed esterno, di integrazione e di frantumazione, fino alla ridefinizione delle nozioni di appartenenza e di uguaglianza.

Il continuo richiamo a una lotta senza quartiere da condurre contro le forze che animano un generico complotto ai danni dello Stato turco, più volte paventata da Erdogan e dalla corte di giannizzeri che lo circonda, altro non è quindi che un esercizio retorico teso a banalizzare e sminuire la vera natura della protesta, la quale vive e si articola come emblematico contraltare della contemporaneità e delle sfumature di complessità in essa innervate; la retorica di un antagonismo tra soggetti contrapposti e definiti – lo Stato da un lato, i terroristi dall’altro – rappresenta un tentativo patetico di semplificazione della multiforme ed articolata specificità del movimento, e, dunque, del reale.

La verità è che a Piazza Taksim la multipolarità ha prevalso: le differenze non sono scomparse, esse sopravvivono, ma i diversi soggetti che compongono le mille sfaccettature della società turca hanno iniziato a trovare punti di comunanza: in particolare, la borghesia laica figlia del miracolo economico degli anni novanta e quella conservatrice ed islamico-moderata, hanno iniziato ad influenzarsi a vicenda – nel modo di pensare, nei comportamenti, financo nell’estetica.

Cenzir Aktar, docente universitario, sostiene che le proteste nate per salvaguardare Gezi Park non siano state una reazione all’islamismo imperante, quanto piuttosto un intransigente rifiuto dell’autoritarismo tout court. Come esempio, viene spesso ricordato quanto accaduto in piazza il 6 giugno scorso: in occasione di una festa musulmana, i manifestanti laici e di sinistra hanno sospeso l’uso dell’alcool per rispetto nei confronti dei manifestanti religiosi presenti nel corteo.

La rivolta turca continua a rappresentare, per ogni osservatore degno di questo nome, soprattutto un argine contro ogni velleitarismo populista; essa incarna in via inderogabile il nostro rifiuto di ogni semplificazione, di ogni banalizzazione, di ogni violenza culturale che fa dell’istintualità manichea e della delegittimazione dell’altro il brodo culturale che anticipa, avallandolo, il colpo di pistola. È la reazione ad ogni autoritarismo brandito come un’arma contro la riflessione sistematica, contro l’indagine sull’uomo e contro la complessità dell’odierno.
In questa lotta, che è la lotta della razionalità contro la degenerazione del potere, nessun arretramento è ammissibile.