E’ stato un suicidio.

4 Nov

Dunque, è stato un suicidio.

Certo, la frattura al coccige, le ecchimosi – numerose – su schiena e gambe e le “copiose tracce di sangue nella zona lombare”; lesioni ritenute “fresche” e, nondimeno, “compatibili” con una “caduta dalle scale” nei sotterranei del palazzo di giustizia.

Stefano Cucchi muore per sindrome di inanizione, vale a dire per la sua ostinazione a non volersi nutrire ed idratare a sufficienza, una volta giunto al Pertini.

Una ostinazione esiziale – ce lo dice il SAP – perfettamente coerente con il suo passato di tossico.

E poco importa che a quel lasciarsi morire, a quel suicidarsi che, a questo punto, sarebbe potuto accadere anche nel letto di casa sua, abbia contribuito la “distrazione” di medici e infermieri che lo lasciarono in agonia con un catetere ostruito, fino a far gonfiare la sua vescica con 1400 centimetri cubi di urina.

La perizia d’ufficio lo dice chiaro: non vi sono nessi di causa-effetto tra i traumi riportati e la morte del soggetto.

Possiamo tornarcene a casa sereni: non è stato nessuno.

Aventino is a state of mind.

2 Ago

Ed è tutto uno sganasciar di risa questa indigestione/strazio di citazioni, evocazioni ed immaginazioni.
Pietro Grasso come Oblomov – la cultura innanzi tutto, ci mancherebbe – e poi, in ordine sparso, gli intramontabili riferimenti ai dittatori sudamericani, le urla sguaiate, benché unisone, di Sel e Lega, in una inedita corrispondenza d’amorosi sensi (LI-BER-TA’! LI-BER-TA’!), il bizantinismo estenuante degli 8000 emendamenti, che da astruseria da prima repubblica diviene architettura immateriale d’ ogni democrazia e panacea ultima di tutti i mali del mondo; e, soprattutto, ineguagliata ed ineguagliabile, la glassa mefitica per eccellenza del vocabolario politico degli ultimi anni: l’immancabile, imprescindibile Aventino.

Io prendo una tagliata di luogo comune al sangue ed un bicchiere di Chianti. Voi gradite qualcosa?

Toh, l’emergenza rifiuti.

8 Lug

Tema: La monnezza a Roma.

Sottotitolo: Considerazioni disallineate, rigorosamente in ordine sparso.

1) Ingazio dichiarò sei mesi fa che della chiusura di Malagrotta avrebbero beneficiato tutti i Romani. E giù grasse risate.

2) Nella diatriba tra Vespa e Marino, per quanto sia devastante ammetterlo, Vespa ha ragione su tutta la linea – e per “tutta la linea” intendo proprio tutta: modi, tempi e argomentazioni.

3) Qualcuno spieghi agli amministratori capitolini che Il 20% medio di asseinteismo da parte dei dipendenti AMA rappresenta una aggravante, non una giustificazione.

4) Basta, ma basta veramente, con questa cazzata enorme di additare come “privilegiato che vive fuori dal mondo” chiunque abbia du’ spicci in tasca e si azzardi a muovere una critica verso un amministratore locale.

5) Per quanto io non ami prendermela con i giornalisti, il dato è inconfutabile: di questa storia se ne sta parlando pochissimo. E, per favore, non prendiamoci in giro: sappiamo tutti perfettamente che se il sindaco fosse stato Alemanno, a quest’ora avremmo avuto in mezzo alle palle anche la TV giapponese.

6) La frase “I romani sono felici di avere un sindaco che gira in bicicletta” è irritante sotto qualsivoglia punto di vista.

7) Sul sito personale del sindaco non si trova una riga che sia una sull’argomento. Però ci sono delle bellissime foto della fontana di trevi in via di restauro.

8) Stessa cosa sul sito del comune, dove peraltro la bacheca per le segnalazioni è bloccata da quasi due mesi. Visto in tale prospettiva, il titolone in home page “CARACALLA 2014, IL MUST DELLE NOTTI D’ ESTATE” risulta vagamente provocatorio.

9) Morena – estrema periferia sud est della capitale – sembra uno slum di Calcutta, mentre via della Caffarelletta, nel cuore del quartiere Appio Latino, potrebbe rivaleggare, in quanto a ordine, con Helsinki.
Tu chiamalo, se vuoi, conflitto sociale ambientalista.

10) Alla luce di quanto sopra riportato, e per altre diecimila ragioni che non sto qui ad elencare, sappiate che al prossimo romano che mi dirà (con la proverbiale aria di chi ne sa sempre una più di te): “..ma perchè te sei trasferito a […]? Ma è fori Roma…”, suggerirò un elettroshock.

Come sempre, care cose.

P.S.

Nessuno sano di mente, men che meno il sottoscritto, si sognerebbe di imputare al sindaco Marino o alla sua giunta la responsabilità di un problema che affligge Roma da circa mezzo secolo.

Quel che qui si contesta è la protervia con cui questa amministrazione continua a non voler rispondere nel merito di quelle che sono, di fatto, le proprie responsabilità – dalla gestione delle municipalizzate, all’ aura da minculpop che, sull’emergenza rifiuti delle ultime settimane, ammanta gli organi di comunicazione istituzionale del Campidoglio, fino al tema degli eco-distretti, glorificati su molte pagine di stampa locale ma per i quali, è bene ricordarlo, si parla di investimenti per 200 milioni di euro e di tempi di realizzazione non inferiori ai 24 mesi.

Se a ciò si aggiunge l’odiosissima prassi politica, tutta nostrana, dello scaricabarile a priori, ecco che le accuse di “sfascismo” rivolte a chiunque sollevi il problema si rivelano per quello che sono: banalissime reazioni infantili ed arroganti – quando non del tutto ridicole – di chi, rispetto al problema dei rifiuti, continua a navigare a vista.

Dal Vangelo secondo Nichi

26 Giu

Innanzi tutto, un po’ di storia – di quella con la “s” rigorosamente minuscola, s’intende.

Nell’ottobre 2010, in occasione del congresso fondativo di Sel, fu per primo lo stesso Vendola ad auspicare, di fronte ai delegati lì riuniti, che quel neonato contenitore politico potesse rappresentare un momento di passaggio; che ambisse, come proprio naturale approdo, ad una fusione con un grande partito di massa di centro-sinistra.

Cito testualmente: “lo scopo è costruire la sinistra del XXI secolo, siamo un seme che deve far nascere un germoglio. Ma poi il seme muore e diventa altro, non restiamo attaccati al partito come se fosse un feticcio.”

Ricordo che nel corso di quel meraviglioso intervento (in cui il neo-segretario citò, tra gli altri, Gramsci e Oscar Wilde), l’ovazione più calorosa si ebbe quando Vendola urlò, stentoreo e accalorato, “ci siamo stancati di perdere bene, adesso vogliamo vincere”. Fu proprio in quel passaggio che, come si suol dire in questi casi, venne giù il teatro (si dirà: una delle tante acclamazioni con il coltello nascosto nel bavero di cui è infarcita la storia recente della sinistra italiana).

Quel che accadde poi è storia nota: il PD con le proprie assorte contemplazioni ombelicali, le faide fratricide ed una inesasusta vocazione al patto faustiano; Sel e la deriva leaderistica, il narcisismo minoritario e la mai risolta ambiguità, per l’appunto, tra movimentismo e cultura di governo.

I transfughi di Sel scelgono oggi, con tempistica probabilmente discutibile, di risolvere l’aporia vendoliana di cui sopra in maniera certamente brutale, benché indispensabile.

La verita’ e’ che, senza scomodare categorie etiche come “Il coraggio” o “La fedelta’”, nelle umane faccende il confine che separa velleitarismo e rigore, sogno e ambizione, progetto e utopia, e’ sempre piuttosto labile.
La condanna dell’opportunismo e dell’assenza di gratitudine in politica è, a mio avviso, vizietto sciocco per anime belle a corto di visione prospettica; per natura e formazione tendo a guardare con simpatia chi prova ad attraversare il guado sporcandosi di fango, mentre diffido di quanti, armati di matita rossa, attribuiscono opinabilissime patenti di “fedelta’ alla linea”.
Specialmente quando, per dirla con i versi gloriosi di una vecchia canzone, “la linea non c’e'”.

Figli di un antagonismo minore

29 Gen

E poi, d’incanto e d’improvviso, ti imbatti in un volantino come questo:

Fai clic per accedere a 140127volantino_elettorale.pdf

E allora, davvero, non ho saputo resistere.

Il foglietto tutto-urletti-e-falci-e-martello qui sopra è così pieno di imprecisioni e corbellerie che non so davvero da che parte cominciare.
Dunque.

1) L’assassinio di Matteotti nulla ebbe a che fare, com’è noto, con un presunto problema di rappresentanza, per così dire, assembleare: la sanguinaria e vile prassi politica messa in atto dal partito fascista espresse tutta la propria brutalità contro ogni oppositore, purtroppo non solo all’interno delle aule parlamentari.
Essa non risparmiò intellettuali, giornalisti, scrittori e privati cittadini: e, del resto, la critica storica nella sua totalità è ormai da anni concorde nel considerare il coraggioso discorso di Matteotti come una cartina di tornasole, un banale pretesto che avallò, agli occhi di una opinione pubblica corrotta, degradata e pavida, il ricorso alla barbarie come strumento funzionale alla costruzione del consenso e all’annichilimento dei (pochi) oppositori rimasti.
La ricostruzione riportata nel testo qui sopra è dunque da considerarsi, nella migliore delle ipotesi, come un esercizio di dietrologia da due soldi, o peggio come prova patente di abissale, colpevole ignoranza.

2) Nel foglietto tutto-urletti-e-sol-dell’-avvenire si asserisce che la bozza di legge elettorale attualmente in discussione sia peggiore del Porcellum.
Ora, io comprendo la necessità di ricorrere, da parte di partiti con consensi da assemblea condominiale, alla nobile arte dell’iperbole, così da attrarre su di sé quel minimo di attenzione che non li consegni ad un indefinito, eterno oblio: ciò detto, l’asserzione riportata in questo j’accuse in salsa leninista è, in punta di fatto, falsa.

Farò mie, in questa sede, alcune delle osservazioni espresse solo due giorni fa, su “La Repubblica”, dall’ottimo Marco Bracconi.

“ Si dimentica forse che il Porcellum era un sistema strutturato in modo tale da produrre maggioranze diverse tra Camera e Senato. E non mi viene in mente atto più “omicida” della democrazia di quello di rendere quella democrazia incapace di esprimere governi stabili.

Non solo. Si dimentica forse che le liste bloccate del Porcellum erano sterminate, e invece queste saranno composte da quattro a sei candidati. È un passo avanti o uno indietro rispetto al Porcellum?

E ancora. Si dimentica che con il Porcellum, in teoria, col 10% dei voti ci si può ritrovare col 51% dei parlamentari, mentre almeno una soglia meno grottesca ora ci sarebbe.

C’è poi la questione della rappresentanza. Che in democrazia è una cosa seria, ci mancherebbe. […]Però il tema generale della rappresentanza e degli sbarramenti andrebbe forse affrontato tenendo conto di alcuni altri elementi di sistema, invece di farne un elemento di discussione astratto e – sostanzialmente – identitario.
Se la rappresentanza diventa una ossessione omnicomprensiva, l’effetto è una clamorosa eterogenesi dei fini. Per rappresentare tutti si finisce col bloccare il sistema e così non si rappresenta più nessuno.
Se il sistema si blocca, è il principio stesso della rappresentanza che entra in crisi e con esso la democrazia.”

3) Nel foglietto-tutti-urletti-e-costituzione-e-resistenza si legge che l’attuale legge elettorale in discussione sarebbe, al pari del porcellum, incostituzionale; si afferma che essa contravverrebbe ai dettami contenuti nelle motivazioni della sentenza emessa dalla Suprema Corte e depositata in data 13 gennaio 2014.

È sufficiente saper leggere per comprendere che questa affermazione è del tutto errata.
La sentenza, dichiarando incostituzionale il Porcellum, ha decretato di fatto non più procrastinabile il licenziamento di una nuova legge elettorale da parte del Parlamento attualmente in carica, fornendo un quadro di indirizzo per il legislatore secondo forme e modalità chiaramente espresse nello stesso dispositivo della sentenza.
I giudici hanno definito “distorsivo” il premio di maggioranza previsto dal Porcellum perché “foriero di una eccessiva sovra-rappresentazione” non imponendo “il raggiungimento di una soglia minima di voti alla lista”. Hanno aperto inoltre alle liste bloccate corte previste dal modello spagnolo, senza bocciare gli altri due modelli messi in campo da Renzi: Mattarellum corretto e doppio turno sul modello dei sindaci.

Un’ ultima considerazione, questa volta di carattere eminentemente generale: la formula retorica, piuttosto in voga ultimamente tra grillini e antagonisti d’ogni risma, che punta a voler “aprire gli occhi” e dispensare conoscenza a tutti coloro che hanno opinioni differenti dalle proprie, è, a mio avviso, piuttosto pericolosa; personalmente, preferisco pensarmi come un battitore libero che rappresenta a malapena se stesso e non ha intenti pedagogici di alcun tipo, né lezioni da impartire a chicchessia.

In egual modo, non accetto che valori che considero essere l’architettura immateriale della mia formazione – la resistenza, la democrazia, il pensiero liberale, la Costituzione della Repubblica Italiana, etc. – mi vengano inopinatamente sottratti da partiti politici che preferiscono ergersi a paladini di una qualche ineffabile idea di “giustizia” piuttosto che proporre una visione organica e coerente del bene comune.
Come ebbi modo di scrivere già in passato, evitare di considerarsi portatori sani di verità rivelate aiuterà ognuno di noi a smetterla, una volta per tutte, con questo insopportabile snobismo per il quale ogni posizione diversa dalla propria è sempre ed inesorabilmente una visione sbagliata e corrotta, una visione da servi, da venduti, da sepolcri imbiancati. Dovremo cominciare a considerare che esiste, ad ogni latitudine e non soltanto all’interno del proprio cortiletto di riferimento, gente per bene pronta ad ascoltare – sempre che, ovviamente, si abbia qualcosa da dire.

Il valore di un’idiozia

13 Nov

«Tutti noi ricordiamo commossi i 19 italiani deceduti in quell’attacco kamikaze, e oggi siamo vicini ai loro familiari […] Nessuno ricorda però il giovane marocchino che si suicidò per portare a compimento quella strage: quando si parla di lui, se ne parla solo come di un assassino, e non anche come di una vittima, perché anch’egli fu vittima oltre che carnefice»

Ecco, sarebbe bello credere che le parole pronunciate ieri alla camera dalla deputata grillina Emanuela Corda siano solo una prova certificata di elementare ignoranza, una banale dimostrazione di incultura, afferente la lingua italiana prima ancora che la complessità delle questioni umane.

Invece la faccenda è, se possibile, ancora peggiore: siamo in presenza dell’ennesimo mezzuccio da trivio per la conquista di un titolo giornalistico, niente più che la ricerca d’ un riflettore puntato, volto al conseguimento di un briciolo di interesse da parte di quegli stessi media che, pure, il grillismo ha sempre detto di voler abbattere.

E foss’ anche l’attenzione biasimevole che si deve all’incivile, al somaro, all’incolto, che importa? Tutto fa brodo nel mercato riprovevole del “dichiarificio” made in Italy: la vetusta, eppure sempreverde massima, “bene o male, purchè se ne parli”, eternamente identica a se stessa, a dispetto d’ogni sedicente nuovismo.

Proprio come per le parole d’un qualunque Giovanardi, dunque, anche il discorsetto senza senso di Emanuela Corda non suscita indignazione per la pochezza delle tesi o per la fragilità (anzitutto logica) delle posizioni espresse, quanto piuttosto per quel desiderio di “esserci per apparire” che è il figlio prediletto di questo Tempo; nulla a che vedere con la messa in scena di un cabaret, magari fracassone eppure attraente (arte nobile, in cui il padrone del M5S un tempo eccelse), ma solo volgare, prevedibile, insignificante avanspettacolo.

#ResIstanbul_2

30 Giu

Il progressivo spegnersi dei riflettori occidentali sulla rivolta di Piazza Taksim, e sulla destrutturazione che questa ha prodotto nell’intero tessuto sociale turco, non corrisponde affatto ad una diminuzione delle tensioni in corso nel Paese; piuttosto, suggerisce ed amplifica la vacuità colpevole di una Europa priva di qualsivoglia prospettiva metodologica condivisa, e nella quale l’ineffabilità della propria politica estera si fa sineddoche dell’assenza di un orizzonte propriamente etico – gli inutilmente evocativi ed immancabilmente strombazzati “valori occidentali”.

Procediamo dunque a un breve sunto degli eventi degli ultimi giorni, prima di avventurarci in considerazioni, crediamo, di più ampio respiro.

– Alle 21 di ieri sera, circa 2000 manifestanti hanno tentato di riprendersi Piazza Taksim; alle ragioni che animano ormai da un mese la protesta, si è aggiunta la rabbia per la decisione, assunta dalla Corte di Ankara, di rilasciare un agente di polizia accusato di avere ucciso con una pallottola alla testa un dimostrante.

– La scorsa settimana sul sito del quotidiano “Hurriyet” è stato diffuso un video nel quale 17 agenti massacrano di botte tre giovani in un garage. Il filmato, ottenuto dall’associazione avvocati progressisti, mostra due ragazzi e una ragazza seduti per terra in un parcheggio sotterraneo, probabilmente mentre cercano di sfuggire alla repressione della polizia durante una manifestazione ad Antaliya, il 2 giugno scorso. Contestualmente alla diffusione del video, il Premier Erdogan ha elogiato nuovamente l’operato della polizia, parlando di “epopea eroica”.

– Nell’ambito delle indagini sulle proteste anti-governative partite da piazza Taksim a Istanbul e svoltesi ad Ankara, la polizia turca ha arrestato 20 persone con l’accusa di far parte di organizzazioni terroristiche. Tra i capi di imputazione, anche gli attacchi alla polizia e la distruzione di proprietà pubbliche nella capitale.

– Resta impossibile fornire un numero esatto dei feriti dall’inizio delle proteste, ma una cifra considerata realistica si aggira ormai attorno alle undicimila unità.

– Ad oggi, almeno 15 manifestanti hanno perso la vista a seguito del massiccio impiego di gas urticanti utilizzati dalle forze dell’ordine.

La sanguinaria reazione del Governo turco alla marea delle proteste, cresciuta e sviluppatasi nel corso di questo giugno 2013, ha progressivamente svelato non solo la pervicace violenza di una satrapia di potere corrotta, oscurantista e sorda alle più basilari istanze di rinnovamento provenienti dalla maggioranza della popolazione, insieme alle mire messianico-espansionistiche di un uomo, il Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan, ormai del tutto imbrigliato in un dualismo solipsistico e patologico-ossessivo con Mustafa Kemal Atatürk (padre della Turchia moderna e artefice, all’inizio del ‘900, della riunificazione democratica del Paese); il nucleo della repressione, scomposta ed intollerabile, ha rivelato soprattutto come quel sistema di potere si ostini a rifiutare la principale prerogativa della contemporaneità, vale a dire la multipolarità, proponendosi altresì come l’avamposto di una visione bipolare del mondo, che è, in se stessa, specificatamente pre-moderna.

Il collasso di una visione dicotomica della realtà e le divergenze insanabili che animarono la metodologia meccanica Cartesiana – nella frattura tra realtà psichica e realtà fisica, tra res cogitans e res extensa – divenendo poi il presupposto speculativo della filosofia politica di Hobbes e del conflitto Hegeliano tra servo e padrone, giungono indiscutibilmente a compimento nell’era delle nuove scoperte neurologiche.

Già nella riflessione che legò Nietzsche a Bergson vi furono anticipazioni radicali nell’idea di una compenetrazione continua di flussi di forze separate e concorrenti – volontà di potenza, evoluzione creatrice – fino a giungere, oggi, ad un approdo concettuale del tutto peculiare, in cui la multipolarità si annoda e si incunea alla sovrapposizione dei diversi piani di realtà, in cui realtà e virtualità si compenetrano nello spazio immateriale del web.

Nel pensiero contemporaneo a cavallo tra filosofia politica e riflessione psico-antropologica, nel dualismo che intercorre tra l’uno e il due, si inserisce la categoria nuova della moltitudine; nella sintesi e nell’accostamento dei concetti di pluralità e di mobilità si ridefinisce la singolarità in se stessa. Il XXI secolo, attraverso la globalizzazione, ha prodotto un rinnovato sommovimento teoretico tale da destituire di fondamento concetti fino a ieri dati come acquisiti – basti pensare al mutare delle stesse idee di centro e di periferia, di interno ed esterno, di integrazione e di frantumazione, fino alla ridefinizione delle nozioni di appartenenza e di uguaglianza.

Il continuo richiamo a una lotta senza quartiere da condurre contro le forze che animano un generico complotto ai danni dello Stato turco, più volte paventata da Erdogan e dalla corte di giannizzeri che lo circonda, altro non è quindi che un esercizio retorico teso a banalizzare e sminuire la vera natura della protesta, la quale vive e si articola come emblematico contraltare della contemporaneità e delle sfumature di complessità in essa innervate; la retorica di un antagonismo tra soggetti contrapposti e definiti – lo Stato da un lato, i terroristi dall’altro – rappresenta un tentativo patetico di semplificazione della multiforme ed articolata specificità del movimento, e, dunque, del reale.

La verità è che a Piazza Taksim la multipolarità ha prevalso: le differenze non sono scomparse, esse sopravvivono, ma i diversi soggetti che compongono le mille sfaccettature della società turca hanno iniziato a trovare punti di comunanza: in particolare, la borghesia laica figlia del miracolo economico degli anni novanta e quella conservatrice ed islamico-moderata, hanno iniziato ad influenzarsi a vicenda – nel modo di pensare, nei comportamenti, financo nell’estetica.

Cenzir Aktar, docente universitario, sostiene che le proteste nate per salvaguardare Gezi Park non siano state una reazione all’islamismo imperante, quanto piuttosto un intransigente rifiuto dell’autoritarismo tout court. Come esempio, viene spesso ricordato quanto accaduto in piazza il 6 giugno scorso: in occasione di una festa musulmana, i manifestanti laici e di sinistra hanno sospeso l’uso dell’alcool per rispetto nei confronti dei manifestanti religiosi presenti nel corteo.

La rivolta turca continua a rappresentare, per ogni osservatore degno di questo nome, soprattutto un argine contro ogni velleitarismo populista; essa incarna in via inderogabile il nostro rifiuto di ogni semplificazione, di ogni banalizzazione, di ogni violenza culturale che fa dell’istintualità manichea e della delegittimazione dell’altro il brodo culturale che anticipa, avallandolo, il colpo di pistola. È la reazione ad ogni autoritarismo brandito come un’arma contro la riflessione sistematica, contro l’indagine sull’uomo e contro la complessità dell’odierno.
In questa lotta, che è la lotta della razionalità contro la degenerazione del potere, nessun arretramento è ammissibile.

Cattivi esempi

20 Giu

Gli appassionati sostenitori del terzomondismo finanziario – cliché da sempre in voga alle nostre latitudini – dovranno, forse, cominciare a fare i conti con l’inesorabile incancrenirsi della situazione economica argentina, rivolgendo la loro inesausta ricerca di modelli economici verso altri lidi.

La politica economica e fiscale del governo Kirchner viene da anni considerata, da una pletora di economisti freakkettoni, come un esempio di sviluppo da perseguire senza se e senza ma. E poco conta che, già dal luglio 2012, in Argentina fosse entrato in vigore un provvedimento che vietava agli abitanti di convertire i loro pesos in dollari.
Badate bene, non si trattò soltanto di un espediente-emblema, illiberale ed autoritario: comprare dollari è sempre stato, per il popolo argentino, uno dei pochi strumenti per difenedersi dell’inflazione, per poter viaggiare all’estero, per importare prodotti, insomma, in una parola, per potersi affacciare al mondo. Questa soluzione apparve, già allora, come l’ultima di una serie di decisioni protezioniste piuttosto discutibili, che spinsero diversi economisti a credere che l’Argentina fosse, nuovamente, sull’orlo del default.

Del resto, i dati erano allora, e sono tutt’ora, piuttosto evidenti: dalla bancarotta del 2001 l’Argentina non ha, di fatto, più avuto accesso al mercato del debito mondiale; come conseguenza diretta, il denaro per finanziare la politica di spesa pubblica voluta da Kirchner è arrivato dalla Banca Centrale, che, a partire dal 2010, ha progressivamente perso indipendenza fino a diventare, oggi, una succursale del Governo.
Tra il 2010 e il 2012, circa 16 miliardi di dollari sono passati dalla Banca Centrale al Governo, il quale ha cominciato anche a procedere al sequestro di fondi della previdenza sociale.

Nel contempo, la Banca Centrale ha continuato ad immettere moneta sul mercato – una pratica consueta in presenza di una congiuntura al rialzo, ma che produce inflazione nel caso in cui, come sta accadendo in Argentina ormai da diverso tempo, si stampi più moneta di quanto sia necessario.

Veniamo ad oggi: da Aprile 2013, il limite sui prelievi valutari all’estero per i cittadini argentini è stato abbassato a 100 dollari a trimestre per chi ritirerà contante in paesi limitrofi, e ad 800 dollari al mese per tutti gli altri Stati. Malgrado ciò rappresenti soltanto l’ultima di una serie di feroci misure di contenimento, l’Argentina continua a perdere valuta in modo costante: nel quarto trimestre 2012 il deflusso – secondo i dati ufficiali della Banca Centrale, considerati da tutti gli osservatori internazionali largamente al ribasso – è stato di circa 1,5 miliardi di dollari, dopo i meno 1,7 miliardi del terzo trimestre, mentre la draconiana stretta sulle transazioni valutarie non fa che aumentare il cambio nero del peso.

In aggiunta a ciò, sempre nel primo trimestre di quest’anno, il deficit pubblico ha segnato un +11% rispetto al 2012, e la spesa corrente ha registrato un incremento del 26% – il che, insieme ad un aumento salariale medio del 24% ottenuto da quasi la metà dei lavoratori argentini, suggerisce quale sia il reale livello d’inflazione ormai raggiunto. Benché l’ INDEC – l’ISTAT argentina – fissi il livello d’inflazione intorno al 9%, alcuni ricercatori indipendenti (multati e minacciati dal Governo, almeno stando a quanto riferiva qualche mese fa il Washington Post) collocherebbero l’inflazione già a più del 25%; un dato su cui si trovano concordi quasi tutti gli analisti finanziari internazionali, tanto che l’ Economist ha ormai deciso di non utilizzare più i dati INDEC nei propri articoli.

Ciliegina sulla torta di un anno da ricordare, nel 2012, in Argentina, il bilancio si è chiuso con il primo deficit primario (vale a dire, con le spese dello Stato che hanno superato le entrate prima ancora che venissero conteggiate le spese per interessi sul debito) dal 1996.

Per scongiurare quello che appare come un crack lento ed inevitabile, il Governo Kirchner ha promesso che proseguirà lungo la via dei vincoli all’utilizzo di dollari.

Si tratta, purtroppo, di un film già visto: l’ombra lunga e spaventosa delle restrizioni alle libertà civili ha già cominciato, inesorabile, ad adombrare l’orizzonte argentino.

DNA

14 Giu

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha, in data 13 giugno 2013, decretato all’unanimità che i geni isolati a partire dal corpo umano non possano essere protetti da brevetto.
Quel che potrà essere brevettato (in questo ambito, “brevettare” e “privatizzare” sono stati, di fatto e fino a ieri , meri sinonimi) sarà invece il materiale genetico di natura sintetica, vale a dire qualunque segmento di DNA su cui sia stato condotto un intervento di laboratorio.
Il caso specifico su cui il Tribunale Costituzionale si è pronunciato riguardava la Myriad Genetics e la proprietà di due geni, Brca1 e Brca2, in grado di rivelare un alto rischio per una donna di essere colpita da cancro al seno o alle ovaie.

La sentenza, considerata la più importante nell’era della medicina molecolare, appare tuttavia vagamente pilatesca: se da un lato permette alle associazioni di pazienti e medici di cantare vittoria (il costo di un esame, attestatosi negli ultimi anni intorno ai tremila dollari, è destinato, a fronte della sentenza di ieri, inevitabilmente ad abbassarsi), dall’altro lascia sostanzialmente invariati gli interessi delle grandi corporations che si occupano di bio-genetica e ricerca, le quali potranno proporre sul mercato nuove tipologie di esami.
Del resto, i rappresentanti delle aziende biotecnologiche avevano parlato, nei giorni scorsi, di investimenti già stanziati per diversi miliardi di dollari, che avrebbero rischiato di venire nullificati qualora la decisione presa della Suprema Corte fosse stata troppo rigida o restrittiva; non è dunque un caso che Wall Street abbia accolto il pronunciamento dei nove giudici americani facendo schizzare le azioni della Myriad Genetics ben oltre il + 8%.

La possibilità di sfruttamento economico ha sicuramente contribuito, negli ultimi anni, ad un importante impulso per la crescita della ricerca scientifica sul genoma umano, grazie al coinvolgimento di imponenti capitali da parte di compagnie private. Tuttavia, i rischi connessi al rilascio di brevetti in campo genetico restano molteplici.

Oltre al già citato problema dei costi, associato allo sfruttamento dei dati coperti da brevetto e dal conseguente utilizzo, in questa direzione, di mezzi terapeutici e diagnostici adeguati, il problema-chiave resta di natura bioetica: vale a dire, se sia ammissibile brevettare un elemento appartenente alla natura, e se sia ontologicamente concepibile/accettabile che un individuo – o, più in generale, un soggetto privato – possa divenire possessore di parte di un altro individuo.

Il rischio, come sempre, è quello di adottare metodi d’indagine che applichino, alla natura, categorie che appartengono invece alla teologia, giungendo a conclusioni che, in ragione della aprioristica necessità speculativa di un finalismo pre-ordinato, propongano di osservare e rilevare in natura ciò che in natura, semplicemente, non esiste.
Solo per fare un esempio, tra le evidenze empiriche cui si giunse nel 2003, a conclusione del Progetto Genoma Umano, quella probabilmente più interessante dal punto di vista filosofico, ed insieme disarmante sotto il profilo strettamente scientifico, fu la prova della profonda, radicale contingenza della storia naturale: aver scoperto che gli esseri umani possiedono circa 24.000 geni, vale a dire più o meno lo stesso numero di quelli dei topi ed il doppio di quelli di alcune specie di vermi, oltre a raffreddare di molto l’entusiasmo dei neo-meccanicisti che vedevano nella sostituzione o correzione della sequenza genomica la panacea di tutti o quasi i problemi afferenti la salute umana, evidenziò altresì che “gli elementi di reticolarità del vivente non giustificano in alcun modo l’idea che in natura siano nascosti fini o direzioni preordinate.” (Telmo Pievani, cfr).

Ad ogni modo, e tornando alla cronaca delle ultime ore, il pronunciamento della Corte Suprema americana può essere comunque considerato come una buona notizia.
Mentre in Europa il genoma fu dichiarato non brevettabile già nel 1998, negli USA la sentenza di ieri va a colmare un vuoto normativo che era divenuto, negli anni, intollerabile: la possibilità di concedere ad una società privata l’utilizzo esclusivo di un gene, per il solo fatto di averlo identificato e prima ancora di conoscerne gli ambiti di azione e le proprietà intrinseche, rappresentava una degenerazione giuridica, oltre che una forzatura bioetica.
Da oggi, negli Stati Uniti, la libertà di ricerca ed il diritto dei cittadini a ricevere cure adeguate a costi ragionevoli potranno avvalersi di un nuovo, decisivo strumento legale; una giurisprudenza che, seppur largamente perfettibile, potrà nondimeno fornire maggiori garanzie rispetto al passato.

A ben vedere, un ottimo motivo per sorridere.  

#ResIstanbul

8 Giu

La prima, inaspettata peculiarità di Istanbul, è la sua straordinaria conformazione geografica. Percorrendo il breve tratto di mare che separa il porto di Kadiköy da quello di Eminönü, si realizza l’assenza di un unico centro cittadino classicamente inteso; la monumentalità di tradizione islamico-ottomana della parte sud-occidentale della città si contrappone allo skyline ferocemente occidentale di Beyoğlu, che, estendendosi a nord del Corno d’Oro, rappresenta il lato più smaccatamente europeo di Istanbul, centro nevralgico ed insieme avamposto del nuovo potere economico e finanziario turco.

Piazza Taksim, immensa ed anonima, è il cuore stesso del quartiere di Beyoğlu.
Non è perciò un caso che la protesta degli ultimi giorni, nata sostanzialmente come sit-in ambientalista e divenuta rivolta della Turchia laica contro il premier Recep Tayyip Erdogan, abbia scelto come proprio principale teatro d’azione e di aggregazione quella piazza.

In essa vengono conchiuse e rappresentate le due tensioni decisive – solo in apparenza contraddittorie – che hanno animato, in questi giorni, il fronte della protesta.
Da un lato, abbiamo assistito al rifiuto da parte della popolazione di quell’ipertrofico sviluppo urbanistico che, negli ultimi quindici anni, ha sventrato il territorio ed il tessuto identitario e storico di Istanbul; una città che è stata capitale di tre differenti imperi e che oggi vede, nelle lamiere dei grattacieli che superano in altezza i minareti, soltanto l’arroganza del potere politico e dell’élite finanziaria ad esso collegata.

Alla rabbia esplosa negli ultimi giorni le forze dell’ordine hanno risposto con inaccettabile brutalità, e la guerriglia scoppiata per proteggere gli spazi urbani è divenuta anche la battaglia in difesa dei principi di laicità, democrazia e libertà. Le immagini di poliziotti armati che usavano gas urticanti su giovani inermi hanno indignato gran parte della popolazione turca di area liberale, innescando reazioni a catena in altre sessanta città, tra cui la capitale Ankara.

 

L’assenza di un vero partito di opposizione di stampo modernista, il conseguente accentramento di quote di potere governativo inevitabilmente collegato a tale vulnus rappresentativo, e le crescenti pressioni censorie cui il Premier Erdogan ha via via sottoposto gli organi di stampa e gli intellettuali (sempre più spesso vittime di processi-farsa e costretti a difendersi da accuse quali l’oltraggio alla nazione o alla religione islamica), sono le tre ragioni alla base dell’escalation di tensione degli ultimi giorni.

In particolare, le crescenti limitazioni imposte alle più basilari forme di libertà di stampa e di parola sono stati i detonatori decisivi della protesta: il mondo dei media, in Turchia, ha, negli ultimi dieci anni, perso il suo carattere pluralista, e molte voci critiche sono state emarginate o escluse dal dibattito pubblico. I principali mezzi di informazione si sono dimostrati piuttosto riluttanti nel fornire una copertura adeguata delle manifestazioni in atto in tutto il Paese, e la stessa NTV, uno dei canali televisivi principali, è stata ferocemente criticata per non aver parlato di quanto stava accadendo, trasmettendo invece soltanto le immagini delle proteste contro l’emittente stessa.

In questa situazione, i dati forniti da una ricerca della New York University pubblicata in questi giorni appaiono emblematici, e raccontano in maniera formidabile del mutamento dei processi di comunicazione/significazione propri della contemporaneità: nel web, in meno di otto ore, sono stati condivisi oltre due milioni di tweet afferenti il parco Gezi.

 

Percorrendo piazza Taksim, e le arterie ad essa collegate, si possono incontrare in questi giorni migliaia di manifestanti che bevono birra senza nascondersi; un dettaglio questo, solo in apparenza folkloristico: una delle scintille che ha spinto molte persone ad unirsi al movimento è stata la limitazione governativa imposta sul consumo di alcolici, cui si sono aggiunte le discriminazioni sessuali ed il divieto di scambiarsi effusioni in pubblico, e, più in generale, una visione polarizzata della società di stampo tradizionalista, probizionista ed anti-inclusivista.
Bere birra e baciarsi in pubblico sono divenuti atti di resistenza ed espressione della richiesta di libertà di un intero popolo, in una relazione causale implicante il complesso e decisivo rapporto tra conseguimento del piacere, modalità di comunicazione e accesso alla società dei consumi che è alla base del modello liberale e di individualismo metodologico occidentale.

Una elaborazione concettuale che non sia esclusivamente trattazione sistematica o dialettica e non fondi la propria indagine soltanto sulla costruzione del tutto a partire dal nulla, ma si proponga anche come analisi critica di quanto ci circonda, da condurre attraverso quegli strumenti d’indagine che possono (devono) estendersi a qualsiasi aspetto capace di rispecchiare/rappresentare la nostra vita – in breve, l’insieme dei principi che sta alla base di una filosofia pop contemporanea propriamente intesa – deve suggerirci che l’ideologia è, qui e ora, qualcosa che riguarda primariamente il desiderio e l’inconscio. Deve essere ricercata nella pratica quotidiana, piuttosto che nelle nostre opinioni o convinzioni, specie se consapevoli.

Inquadrata in tale prospettiva, la rivolta esplosa in Turchia nelle ultime settimane appare esemplare: studenti, lavoratori, sindacati di estrema sinistra, rappresentanti della cultura accademica, intellettuali ed esponenti della cosiddetta élite laica erede degli ideali di Mustafa Kemal Atatürk, associazioni ambientaliste e femministe, liberali filo-occidentali ed imprenditori stanchi della corruzione che la nuova classe di spregiudicati capitalisti religiosi dell’Anatolia ha introdotto nelle dinamiche di assegnazione degli appalti, minoranze curde ed alevite, tutti, indistintamente, hanno scelto di opporsi a quella che reputano essere una insostenibile diminuzione dei principi di modernità, pluralismo, secolarismo e democrazia.

 

Le correnti minacciose che attraversano il Bosforo e ne fanno un braccio di mare inquieto ed oscuro appaiono, ai miei occhi, come un peculiare contraltare simbolico: chi ha parlato, in questi giorni, di una nuova primavera turca, ha grossolanamente sbagliato.

La Turchia ha di certo tratti in comune con molti Stati del Medio Oriente, ma, diversamente dalla maggioranza dei Paesi arabi, racchiude in sé una tradizione democratica di lungo corso, frutto di scelte condivise negli anni dalla quasi totalità della popolazione. Ha in sé gli anticorpi necessari a riequilibrare le proprie degenerazioni di potere e di rappresentanza politica.

 

Questa è la nostra speranza ed insieme il nostro desiderio e la nostra rabbia; un’urgenza di testimonianza che non possiamo disattendere; che incarna ed anima, al netto di ogni indistinto altrove, i nostri più preziosi, basilari e non negoziabili principi di umanità.