Attenti alla lupa

19 Mag

L’opera dei pupi incanta il biondo Tevere.
Fossimo in vena di suggestioni da target pubblicitario, questa potrebbe essere una formula comunicativa eloquente su quanto accaduto a Roma nelle ultime settimane.

Nella capitale, circondati da un’ aura di assurdo kafkiano, si assiste alle ultime ore della campagna elettorale per le elezioni comunali; e, ve lo garantisco, lo spettacolo è degno del miglior Ionesco.

Gianni Alemanno, travolto da una serie di scandali da basso impero che avrebbero nullificato il consenso di qualunque primo cittadino di qualunque capitale occidentale, nonché di molte orientali (nomine pubbliche, appalti, decoro, assunzioni, sanità, welfare: nulla pare sia stato risparmiato, negli ultimi quattro anni, dalla voracità criminale della giunta capitolina targata PDL), e ricandidato d’imperio – e contro la sua stessa volontà – dai capoccia berlusconiani, potrebbe ora rivincere le elezioni.
L’impossibile politico, come spesso accade in Italia, rischia seriamente di trasfigurarsi in plausibile, grazie al decisivo contributo fornito, è sempre bene ricordarlo, dalle scelte suicide che il centro sinistra italiano ha compiuto a livello nazionale.

Nel caso di specie, l’agnello sacrificale porta il nome di Ignazio Marino.

Il medico ha una bella faccia e un curriculum invidiabile; ma – e si tratta dell’aspetto decisivo della faccenda – è uomo del PD. Il che di questi tempi equivale allo sfoggio di un marchio d’infamia.
Non c’è da stupirsi che Marino abbia condotto l’intera campagna elettorale mantenendosi a debita distanza di sicurezza dai vertici democratici (i quali, peraltro, atterriti dal loro stesso elettorato, ormai di rado si mostrano in pubblico), né deve sorprendere la quasi totale assenza di loghi, bandiere, striscioni e merchandises d’ogni risma recanti la griffe del partito.

Èun fatto: dalla home page personale del candidato sindaco ai manifesti delle varie iniziative tenutesi in ogni quartiere della città, il brand PD è scomparso. Introvabile. Spesso invisibile e/o graficamente insignificante. Ove proprio necessario, condannato ad una inconfutabile irrilevanza editorial-comunicativa.
Il PD non c’è, non tira, non piace; di più: allontana e fa incazzare gli elettori. Ergo, non si usa.

Sia chiaro: il riflesso pavloviano di disgusto che travolge ogni singolo italiano di centro-sinistra, ogni qualvolta si trovi davanti un dirigente nazionale, è molto più che comprensibile o giustificato.

Quegli elettori, dopo aver creduto nei congressi, nelle primarie, nei dibattiti (interminabili dibattiti…), nei confronti (inesausti confronti…), negli elogi del pluralismo, insomma dopo esser stati abbindolati con tutta questa bella storia della partecipazione ed essersi ritrovati alleati con la Santanchè nuovamente, io credo abbiano il diritto di rispondere, se lo ritengono, con un deciso No, grazie.

Chiedere a quell’elettorato una ennesima prova di fiducia, chiedergli di avere una visione e una ratio politica che trascenda l’equazione Ignazio Marino = Apparato Democratico, chiedergli di essere animato, nel segreto dell’urna, da un realismo critico affine a quello di un Kamikaze, chiedergli, insomma, di saltare in sella ad un cavallo imbizzarrito lanciato verso una stalla in fiamme è, forse, un tantino troppo.

Eppure, Signori, l’interrogativo resta inevaso: saremo più soddisfatti, lunedì mattina, sapendo che avremo consegnato la città ad Alemanno ed alla sua cricca di camorristi, palazzinari e picchiatori fascisti, per altri quattro anni?
Ci farà star meglio con noi stessi?

Avremo la faccia tosta, al risveglio, di rifugiarci nuovamente nel nostro sport nazionale – il pubblico lamento – come tante tricoteuses che attendono alla modesta ghigliottina d’una scelta mancata?

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