DNA

14 Giu

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha, in data 13 giugno 2013, decretato all’unanimità che i geni isolati a partire dal corpo umano non possano essere protetti da brevetto.
Quel che potrà essere brevettato (in questo ambito, “brevettare” e “privatizzare” sono stati, di fatto e fino a ieri , meri sinonimi) sarà invece il materiale genetico di natura sintetica, vale a dire qualunque segmento di DNA su cui sia stato condotto un intervento di laboratorio.
Il caso specifico su cui il Tribunale Costituzionale si è pronunciato riguardava la Myriad Genetics e la proprietà di due geni, Brca1 e Brca2, in grado di rivelare un alto rischio per una donna di essere colpita da cancro al seno o alle ovaie.

La sentenza, considerata la più importante nell’era della medicina molecolare, appare tuttavia vagamente pilatesca: se da un lato permette alle associazioni di pazienti e medici di cantare vittoria (il costo di un esame, attestatosi negli ultimi anni intorno ai tremila dollari, è destinato, a fronte della sentenza di ieri, inevitabilmente ad abbassarsi), dall’altro lascia sostanzialmente invariati gli interessi delle grandi corporations che si occupano di bio-genetica e ricerca, le quali potranno proporre sul mercato nuove tipologie di esami.
Del resto, i rappresentanti delle aziende biotecnologiche avevano parlato, nei giorni scorsi, di investimenti già stanziati per diversi miliardi di dollari, che avrebbero rischiato di venire nullificati qualora la decisione presa della Suprema Corte fosse stata troppo rigida o restrittiva; non è dunque un caso che Wall Street abbia accolto il pronunciamento dei nove giudici americani facendo schizzare le azioni della Myriad Genetics ben oltre il + 8%.

La possibilità di sfruttamento economico ha sicuramente contribuito, negli ultimi anni, ad un importante impulso per la crescita della ricerca scientifica sul genoma umano, grazie al coinvolgimento di imponenti capitali da parte di compagnie private. Tuttavia, i rischi connessi al rilascio di brevetti in campo genetico restano molteplici.

Oltre al già citato problema dei costi, associato allo sfruttamento dei dati coperti da brevetto e dal conseguente utilizzo, in questa direzione, di mezzi terapeutici e diagnostici adeguati, il problema-chiave resta di natura bioetica: vale a dire, se sia ammissibile brevettare un elemento appartenente alla natura, e se sia ontologicamente concepibile/accettabile che un individuo – o, più in generale, un soggetto privato – possa divenire possessore di parte di un altro individuo.

Il rischio, come sempre, è quello di adottare metodi d’indagine che applichino, alla natura, categorie che appartengono invece alla teologia, giungendo a conclusioni che, in ragione della aprioristica necessità speculativa di un finalismo pre-ordinato, propongano di osservare e rilevare in natura ciò che in natura, semplicemente, non esiste.
Solo per fare un esempio, tra le evidenze empiriche cui si giunse nel 2003, a conclusione del Progetto Genoma Umano, quella probabilmente più interessante dal punto di vista filosofico, ed insieme disarmante sotto il profilo strettamente scientifico, fu la prova della profonda, radicale contingenza della storia naturale: aver scoperto che gli esseri umani possiedono circa 24.000 geni, vale a dire più o meno lo stesso numero di quelli dei topi ed il doppio di quelli di alcune specie di vermi, oltre a raffreddare di molto l’entusiasmo dei neo-meccanicisti che vedevano nella sostituzione o correzione della sequenza genomica la panacea di tutti o quasi i problemi afferenti la salute umana, evidenziò altresì che “gli elementi di reticolarità del vivente non giustificano in alcun modo l’idea che in natura siano nascosti fini o direzioni preordinate.” (Telmo Pievani, cfr).

Ad ogni modo, e tornando alla cronaca delle ultime ore, il pronunciamento della Corte Suprema americana può essere comunque considerato come una buona notizia.
Mentre in Europa il genoma fu dichiarato non brevettabile già nel 1998, negli USA la sentenza di ieri va a colmare un vuoto normativo che era divenuto, negli anni, intollerabile: la possibilità di concedere ad una società privata l’utilizzo esclusivo di un gene, per il solo fatto di averlo identificato e prima ancora di conoscerne gli ambiti di azione e le proprietà intrinseche, rappresentava una degenerazione giuridica, oltre che una forzatura bioetica.
Da oggi, negli Stati Uniti, la libertà di ricerca ed il diritto dei cittadini a ricevere cure adeguate a costi ragionevoli potranno avvalersi di un nuovo, decisivo strumento legale; una giurisprudenza che, seppur largamente perfettibile, potrà nondimeno fornire maggiori garanzie rispetto al passato.

A ben vedere, un ottimo motivo per sorridere.  

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