Oscar, Philip Roth e il desiderio

21 Feb

Ancora qualche considerazione riguardante l’affaire Giannino.

Preliminarmente, una precisazione doverosa. In Accountability ho parlato di colpe veniali imputabili al leader di Fare; ho scritto il pezzo immediatamente a ridosso dei primi lanci di agenzia, nei quali si parlava esclusivamente di una specializzazione linguistica, conseguita alla Chicago Univesity, in luogo dell’ormai famigerato master.

Avrei forse dovuto attendere gli ulteriori sviluppi della vicenda, ed essere meno frettoloso nel redigere l’articolo. Con ogni evidenza, aver mentito non solo su master mai conseguiti e fantomatiche specializzazioni linguistiche, ma anche su altri fantasiosi titoli accademici, ribalta completamente la prospettiva sulle responsabilità di Oscar Giannino, sottolinea ed illumina, al di là di ogni ragionevole dubbio, l’aspetto doloso della faccenda, e lo inchioda, in qualità di uomo pubblico, ad una serie di errori gravi e dunque, inevitabilmente, fatali.

Ciò detto, resta immutato l’interesse, e per certi versi il fascino grottesco, che questa storia suscita sul piano sociale e antropologico.
Forse ha ragione Gad Lerner. Quando parla di “una debolezza culturale che non è solo dell’uomo Giannino ma di tutto il suo ambiente. Quei signori lì sono soggiogati dal dovere di essere laureati, altrimenti in Confindustria ti guardano dall’alto in basso”, mentre Andrea Mollica evoca il superego degli economisti, denunciando un indiscutibile clima di subalternità culturale.

Tutto vero e sottoscrivibile, per carità.
Eppure, a mio parere, si dimentica quello che è forse l’aspetto più profondo, il profilo umano, troppo umano dell’ intera vicenda. Vale a dire, il desiderio ossessivo di appartenere ad una elite, l’urgenza morbosa di riconoscibilità intellettuale di chi, nato in una delle mille periferie operaie italiane dei primi anni sessanta, brama riscatto. Primus inter pares affamato d’ammirazione, giacchè, proprio dall’ammirazione per quel Rotary sacrale è irrimediabilmente soggiogato; distante anni luce all’odierno esserci per apparire figlio della tv commerciale, proliferante nullologi assurti a rango di stars venerate (Garrone, Reality), quello di Giannino è il desiderio di esserci per contare.
E, ça va sans dire, il brillante curriculum accumulato in trent’anni di giornalismo, in veste di professionista autorevole, controverso e competente, non avrebbe mai potuto valere, per lui, come risarcimento, nè surrogare quel desiderio di malriposta eccellenza.

Osacar Giannino è Coleman Silk, lo stimato professore di lettere antiche, l’uomo che si sbarazza delle sue origini e inventa da zero la propria vita, il personaggio protagonista de La macchia umana di Philip Roth.
Per Silk la consapevolezza della propria bravura, lo status raggiunto in una vita trascorsa al vertice della piramide del sapere americano e l’ammirazione di studenti e colleghi, semplicemente, non basta. Non può compiacersi della prossimità con quel gotha accademico – moralista, ipocrita, eppure irresistibilmente attraente; il biasimo che prova verso se stesso e le sue origini non può essere soffocato, la sua intera esistenza tende al conseguimento della pura identità con quel sistema che lo vorrebbe, altrimenti, escluso per nascita.
Sia chiaro: Coleman Silk, eroe tragico per eccellenza, è davvero colpevole; razzista e bugiardo, subisce, per contrappasso, la punizione che merita. Ma la sua espiazione non corrisponde affatto ad un principio di giustizia universale, la quale, naturalmente, mai si invera nella fattualità del mondo.

Un’ultima annotazione, questa volta squisitamente politica.
Nessun dubbio sul fatto che la credibilità dell’ex giornalista sia ormai, per dirla con le stesse parole del protagonista, “irrimediabilmente distrutta”; tutt’altro discorso vale invece per la credibilità di Fare, che esce da questa brutta storia fornendo una immagine di se perfettamente coerente con i principi etici propri di ogni partito europeo che si rispetti, attenendosi a prestabiliti meccanismi di governance interna coerenti e scrupolosi, e perciò del tutto lunari rispetto agli standard cui siamo abituati nel Belpaese.
Vale la pena ricordare che l’intero scandalo è esploso grazie alla denuncia di Luigi Zingales, autorevole membro di quello stesso partito (per inciso, il tutto a soli quattro giorni dal voto,un tempismo elettoralmente sucidia ma che la dice lunga sull’idea di accountability che si respira a quelle latitudini), e che, in 24 ore, Fare ha convocato un congresso, destituito Giannino del suo ruolo di Presidente ed eletto al suo posto Silvia Enrico in qualità di Coordinatore Nazionale.
Lo stravagante ex candidato premier ha inoltre dichiarato che rinuncerà comunque al seggio (qualora il partito raggiungesse la soglia del 4% necessaria ad entrare in Parlamento), lasciandolo a disposizione della segreteria del partito.

Un considerevole esempio di coerenza kamikaze, soprattuto perchè, decapitato Giannino, e nullificata così l’attrattiva pop carismatico-leaderistica che la figura dell’ex giornalista esercitava su quel potenziale elettorato, l’ingresso in parlamento di Fare è, ad oggi, una prospettiva del tutto chimerica.

Ci si aggiorna a dopo le elezioni; che il week end doni requie e consiglio ad ognuno di noi.

Pubblicità

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: